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Borderline, la malattia dei confini cifra di una cultura sofferente

Autori: Camilla Albini Bravo, Pier Claudio Devescovi

camilla albini bravo, pier claudio devescovi

“La nevrosi è strettamente collegata al problema del tempo e configura propriamente un tentativo fallito dell’individuo di risolvere in se medesimo il problema generale” (C.G. Jung (1916-1942) La psicologia dell’Inconscio, p. 20)

“La vita della persona borderline è strettamente collegata al problema del tempo” (N. Schwartz-Salant (1982) Borderline: visione e terapia, p. 369)

Queste due affermazioni suggeriscono un rapporto fra la patologia individuale e aspetti della Cultura di un dato periodo storico, operazione non nuova: l’isteria è stata in più occasioni messa in relazione con la cultura vittoriana dell’Europa dell’ ‘800. Ci sembra possibile, analogamente, mettere in relazione la patologia borderline, via via sempre più presente nel nostro lavoro clinico, con alcuni aspetti della Cultura del nostro tempo presente, intendendo la Cultura in senso antropologico quale insieme di valori, comportamenti, tipi di relazione ecc. che caratterizzano un dato luogo geografico in un certo tempo storico.
Nella lingua inglese il termine “borderline” significa linea di demarcazione, confine. Il Collins Cobuild English Language Dictionary (1990) alla voce Borderline riporta: 1 – (agg.) Qualcosa che è borderline è quasi inaccettabile come membro di una classe o gruppo perché è incerto se abbia le caratteristiche o le qualità necessarie per essere incluso in quel gruppo. 2 – (sost.) Il confine fra due condizioni, qualità ecc. è la divisione fra loro, es. questo stretto confine fra il riso e le lacrime, è vicino al bordo della coscienza. (1)

Adottando uno sguardo storico troviamo che: “nel periodo pre-psicoanalitico i clinici cominciarono ad osservare delle forme di comportamento anormale che si potevano situare a “metà strada” fra normalità e follia: è proprio a questo periodo che si può datare la nascita del concetto di borderline. I.C. Rosse (1890) parlò esplicitamente di “borderline insanity” (Migone, 1990, p. 31).

Schwartz-Salant afferma che “è generalmente riconosciuto che il termine borderline sia stato introdotto per la prima volta nella letteratura psicoanalitica da Adolph Stern nel suo saggio Investigazione psicoanalitica e terapia nel gruppo borderline delle nevrosi” nel 1938 (…) La nozione che viene evidenziata da Stern è che la sindrome borderline non è né nevrotica né psicotica, ma tende piuttosto verso entrambe le caratteristiche” (Schwartz-Salant, 1982, p. 17).

Il termine usato dagli autori anglosassoni per definire questa forma di psicopatologia, termine successivamente accettato e utilizzato dalla comunità scientifica, rimanda necessariamente al problema dei confini. Questo non solo in un’accezione riduttiva, di non essere né l’una né l’altra cosa, ad esempio né nevrosi né psicosi, accezione che l’ha fatta talvolta considerare una “diagnosi cestino” dei casi dubbi, ma piuttosto, riteniamo, in un’accezione che la definisca come “Malattia dei confini”.
Questo aspetto di “Malattia dei confini” ci sembra poter essere un comun denominatore delle diverse analisi e descrizioni della sindrome borderline come si può rilevare dalle seguenti affermazioni: Harold Searles nota che: “Sul piano inconscio il paziente non è in grado di operare la distinzione tra fantasia e realtà o tra verbalizzazione e attività fisica” (Searles, 1986, p. 16), “Questa onnipotenza soggettiva del pensiero si fonda su una differenziazione incompleta fra realtà esterna e realtà interna” (Ib. p. 50). André Green ricorda: “Ogni volta che sono riuscito a spingermi abbastanza lontano nell’analisi di un caso-limite sono stato colpito dal fatto che il transfert fosse completamente impregnato di un dannoso malinteso: la confusione fra potere e potenza” (Green, 1990, p. 210)

Antonello Correale nota che: “Se ci sforziamo di immaginare il disturbo borderline alla luce di queste considerazioni, possiamo ipotizzare che l’esperienza soggettiva tipica, tipica di questo tipo di pazienti, sia quella, per così dire, di una massa di affetti intensi ma non ben distinguibili uno dall’altro, che preme come un effetto oppressivo, indistinto e pesante, mentre l’area mentale, capace di offrire a questa massa caotica un ordine e una riconoscibilità è precaria e discontinua e talvolta del tutto assente” (Correale, 2009, p. 100).
Questa “sindrome dei confini”, che immaginiamo non si siano chiusi e definiti al momento giusto, riguarda la distinzione fra i tempi (fra il passato, il presente e il futuro), fra le persone (fra i figli e i genitori), fra gli umani e gli oggetti e, ancora, fra gesto e parola e fra l’Io e gli altri complessi.

In un recente articolo Alessandro Garella pone la questione del soggetto in psicoanalisi: “L’ossimoro ‘salute malata’ pone il paradosso di una sofferenza che riguarda ‘l’essere un soggetto’, la cui consistenza, coerenza, specificità, originalità e funzione nel mondo sono tenui, diluite e testimoni di una difficoltà ad essere o a sentire di essere, celata spesso dietro i modi di avere (un lavoro, una residenza, un’organizzazione della vita quotidiana) più o meno riconosciuti sul piano sociale. Per le persone con tale soggettività non sembra valere la formula freudiana dell’ombra dell’oggetto che cade sull’Io, ma piuttosto è il soggetto stesso ad apparire come un’ombra gettata sul mondo da una struttura psichica (un Io, ma anche un Super-Io e un Ideale) di spessore e consistenza alterate, per lo più ridotte ma talora anche ipertrofiche da un solo lato” (Garella, 2012, pp. 854-855).

Uno scambio di battute in una seduta con un ragazzo di 14 anni ci avvicina a questo ossimoro di “salute malata” e ci aiuta ad introdurre il tema del rapporto fra sindrome borderline e “cultura malata”. Franco è seguito in psicoterapia presso il Servizio Pubblico, i genitori si sono separati con modalità molto conflittuali, non rispettando, nei i loro comportamenti reciprocamente aggressivi, né il confine fra coppia genitoriale e coppia coniugale, né quello fra adulti e bambini. Franco ha sviluppato una serie di comportamenti ossessivo-compulsivi e una difficoltà a seguire gli studi che ha determinato una bocciatura alla scuola media. Al momento di questa seduta l’andamento scolastico è in via di miglioramento e i comportamenti ossessivo-compulsivi sono quasi del tutto scomparsi.

Franco: un mio amico mi ha detto se andavo da lui a riverniciare una bicicletta che ha preso
Terapeuta: dove l’ha presa?
F: non c’era nessuno. Forse uno l’aveva abbandonata
T: ma era legata?
F: si, con la catena
T: e come l’ha presa il tuo amico? Forse ha dovuto tagliare la catena…
F: non lo so, non c’ero
T: ma anche se non c’eri puoi immaginare come ha fatto a prenderla, se era legata con una catena
F: non lo so
T: e poi ti chiama per riverniciarla, forse perché così non si può riconoscere
F: non lo so, mi ha detto che non gli piace così, è verde. La vuole riverniciare e metterci i suoi adesivi
T: non pensi che se uno prende una bicicletta legata con una catena, di fatto la ruba?
F: non lo so, non c’ero.

In questo scambio di battute, dove l’analista non è stato del tutto in una posizione neutra, probabilmente perché pensava a un precedente furto di bicicletta subito, emergono alcuni aspetti della personalità di Franco-soggetto: una carente interiorizzazione delle norme (se non c’è nessuno che controlla si può prendere la bicicletta), un’alterazione del pensiero logico (la bicicletta, pur legata con una catena, è interpretata come abbandonata dal proprietario configurandosi come res nullius), un rifiuto dell’uso del pensiero (io non ero presente quindi non posso sapere, né immaginare, né dedurre), una negazione della realtà (l’amico rivernicia la bicicletta perché non gli piace il colore verde, non per renderla irriconoscibile), un atteggiamento di omertà (il rapporto con l’amico è più importante della norma collettiva che vieta il furto).

Questo stile di pensiero, messo in atto da Franco per proteggersi dalle domande del terapeuta e dal contatto con una realtà imbarazzante, di per sé non è sufficiente a far parlare di un quadro borderline, ma è incredibilmente diffuso nella cultura del nostro tempo.

Un fatto di cronaca di questi giorni può aiutarci a proseguire l’analisi. Da La Repubblica del 22 febbraio 2013: “Pistoia: alcol e ragazzine sul cubo alla festa degli under 16. I più grandi avevano 16 anni, i più piccoli 13 (…) Una scena mai vista quella che si è presentata mercoledì sera ai poliziotti, ai vigili e ai finanzieri di Pistoia che hanno fatto irruzione in un residence del centro storico in cui si organizzavano festini a base di alcol (…) Stipati nella mini discoteca, tra luci stroboscopiche e musica a tutto volume, gli agenti hanno contato ben 230 minori di cui non pochi ubriachi. Il locale (…) sottoposto a sequestro per 3 mesi, non era neppure in possesso dei requisiti tecnici per organizzare feste: niente uscite di sicurezza, niente maniglie antipanico all’unica porta di accesso, niente autorizzazione a somministrare alcolici, nessun rispetto per le normative anti-incendio. A finire denunciati, a seguito del blitz, il titolare del locale, gli organizzatori – due ragazzi di 13 e di 16 anni – e perfino un genitore che li avrebbe supportati” (La Repubblica, 22 febbraio 2013, Cronaca di Firenze, p. XI).

Se riflettiamo un attimo, in queste righe sono descritti molti degli aspetti che caratterizzano la nostra cultura attuale. In primo luogo un’abdicazione del ruolo genitoriale e della sua autorità: o si tratta di omessa vigilanza sui figli minori o di complicità, come nel caso del genitore denunciato. In secondo luogo una mancata interiorizzazione delle norme da parte del titolare del locale, tratto questo che condivide con il nostro Franco: fino a che qualcuno (vigili, polizia, guardia di finanza) non le fa rispettare, le norme si possono tranquillamente trasgredire, anche a rischio dell’incolumità di 230 minorenni. In terzo luogo: se fosse successo un qualche incidente, da una crisi alcolica acuta al diffondersi del panico con una ressa per uscire per un incendio, quale sarebbe stata la reazione dei genitori? Possiamo ipotizzare un rimpallarsi delle responsabilità, altro atteggiamento classico nella nostra cultura, ma possiamo sicuramente affermare che sarebbe stato molto difficile assumersi la responsabilità per il mancato uso del pensiero nel prevedere, immaginare e dedurre che una situazione del genere fosse carica di rischi. E anche questo aspetto è in comune con il nostro Franco. In ultimo è necessario parlare di un’evanescenza dei limiti che questo fatto di cronaca ci pone sotto gli occhi.
Un’ulteriore vignetta clinica può darci la misura della situazione paradossale in cui ci si può trovare quando l’alterazione dei confini rende tutto possibile. In questo caso la terapeuta si trova di fronte a un ragazzo che segue da anni, con una grave diagnosi di disturbo di personalità e ai suoi genitori, portati dal ragazzo stesso in seduta, attoniti e confusi.

Ragazzo: lei, dottoressa, mi deve aiutare: io non li voglio più, li voglio cambiare
Terapeuta: mi stai chiedendo di aiutarti a far loro capire come ti sei sentito nell’ultimo litigio?
R: no, ne voglio degli altri
T: capisco la tua rabbia e il tuo dolore, ma tu mi stai chiedendo di essere adottato da un’altra coppia?
R: si, non li voglio più, ho deciso di cambiarli
T: tutti noi a volte vorremmo cambiare qualcuno, i genitori, i figli, ma per un’adozione io credo che tu ti debba rivolgere a un avvocato e non a me, anche perché tu sei maggiorenne e io non so, in questo caso, quale sia il possibile procedimento
R: lei me li deve cambiare, non voglio più essere loro figlio
T: mi dispiace, io sono la tua psicologa, non il tuo avvocato, devi rivolgerti a qualcuno esperto in adozioni
R: lei è una troia, non capisce niente
T: mi dispiace, ma non sono in grado di fare tutto.

In questo caso i confini non riconosciuti erano quelli del ruolo, dell’età, delle funzioni, del desiderio e della realtà. Confini che, se ribaditi, scatenavano rabbia e violenza. Possiamo, in questo caso, essere d’accordo con Garella nel vedere l’ombra di un Io onnipotente gettata sul mondo, tale che anche la terapeuta veniva investita dalla stessa onnipotenza del paziente.
Difficile non riconoscere, nelle descrizioni degli Autori e nell’evidenza di queste due vignette cliniche, quale sia lo sfondo archetipico nel quale ci muoviamo. Ci sembra di poter dire che l’imperfetta chiusura dei confini porti alla dimensione dell’illimitato che è cifra del titanismo. L’aspetto titanico della nostra psiche può essere descritto come la dimensione dell’eccesso, di tutto quello che ha a che fare con l’eccesso, col senza limite, con il non accettare la dimensione prettamente umana che è quella di esseri che non decidono la propria sorte, che sono soggetti al destino.

Per Rafael Lopez Pedraza nel mondo dei titani “non ci sono leggi, non c’è ordine né limiti”. In un articolo apparso nel 1987 egli ci introduce all’immagine dei Titani. Alcune delle sue affermazioni ci sembrano particolarmente utili per la nostra analisi. Racconta infatti, a proposito del dato che non sembra esistere storia di un culto dei Titani, che “I tempi titanici possono vedersi come un periodo di transizione tra l’uomo primitivo e l’uomo colto, civilizzato, un periodo durante il quale non esisteva né il rituale, né il culto dell’uomo primitivo, né l’immaginazione antropomorfa ben definita dell’uomo molto colto e religioso” (Lopez Pedraza, 1987, p. 67). Colloca così, psicologicamente parlando, il tempo titanico in posizione borderline tra il prima e il dopo la cultura e sottolinea che esistono “comportamenti strani e patologie che possono essere capiti unicamente in termini di titanismo” (Ib., 68).

Se cerchiamo di immaginare, attraverso il mito, la caratteristica base dei titani ne troviamo una descrizione di Kerenyi in termini di Dei di tempi molto remoti, non soggetti ad alcuna legge per i quali non esiste né ordine né limiti, dominati da una spinta all’eccesso. (Kerenyi, 1984).

Lopez Pedraza sostiene che: “Così come i greci pensavano ai tempi titanici come un regno dei tempi anteriori e di dei quasi selvaggi, allo stesso modo esistono tempi titanici nell’ontogenesi dell’uomo. Probabilmente la nostra adolescenza contiene una gran quantità di titanismo: eccessi, superamento dei limiti, mancanza di leggi (…) e posiamo aggiungere questo elemento titanico al viaggio celestiale del puer quando mostra il proprio eccesso, la propria assenza dei limiti e la propria distruttività” (Ib., 69).
Interessante per il nostro lavoro è analizzare gli elementi cui Lopez Pedraza collega il titanismo psichico perché sembrano ben rappresentare il nostro tempo: l’eccesso e il vuoto, contrapposti all’immagine e al sentimento. Dice ancora “Con questi pazienti il tema che ho adottato per il mio lavoro: ‘l’immagine, ciò che rende possibile l’impossibile’, semplicemente non funziona (…) Questi pazienti sono incapaci di creare un’immagine; o meglio, giustamente quando uno pensa che un’immagine sia in corso, c’è sempre qualcosa proveniente dal nulla che distrugge la sua possibilità. Alcune volte si può vedere che quando i pazienti manifestano ciò che si potrebbe chiamare un’immagine, questa non viene accompagnata da emozioni o sentimenti psichici, allora da questa immagine non viene alcuna creatività (…) Per essi non c’è più di uno stereotipo, un mimetismo” (Ib., 70).

Il vuoto sembra qui essere descritto sia di immagini che di sentimenti e si può ben riconoscere il nostro Franco nella sua opera di svuotamento delle parole del terapeuta.
Da questo vuoto, da questa assenza che non permette all’Io un passaggio per così dire forte dalle forme dell’infanzia alle forme dell’età adulta, emerge l’eccesso. “Se possiamo sostenere entrambi, sia la vacuità che l’eccesso, ci troveremo in una migliore posizione per essere consapevoli del titanico. Di fatto l’eccesso potrebbe derivare dalla vacuità delle lacune” (Ib., 72). Un vuoto può essere una mancanza ma anche una possibilità di un non limite, può essere un “non c’è niente” che diventa un “ci può essere tutto”, una possibilità senza confini, una onnipotenza, e questo è ben riconoscibile nella vignetta clinica del ragazzo che voleva cambiare i suoi genitori.

La trappola del titanico è che da esso non si apprende, dal suo eccesso non esce un’esperienza utilizzabile per la psiche, “In questo senso, dobbiamo stabilire una chiara distinzione tra la sofferenza, l’umiliazione, il dolore, le ferite della psiche dalle quali possono scaturire l’apprendimento psicologico (…) e la ripetuta sofferenza dei titani: questo tedio quotidiano nauseabondo del livello esistenziale della vita deve tener conto di questa distinzione, anche se la psiche non apprende nulla di ciò, deve essere il più possibile cosciente della sua esistenza” (Ib., p. 73).

Tale modalità di funzionamento non è presente solo nei singoli pazienti che incontriamo ma sembra essere uno stile di pensiero collettivo, così come testimoniato dalla cronaca riportata, tanto da rendere particolarmente difficile l’uscita da questo stile irriflesso di vita dove predomina l’agito inconsapevole e l’illimitato desiderare.
La difficoltà non ci esime dal mettere in gioco il nostro sapere, sia pure parziale, come ci suggerisce Giuseppe Maffei: “Occorre ricordare innanzitutto che Jung e gli junghiani sono stati e sono attenti ai movimenti inconsci collettivi e che questa attenzione a ciò che è collettivo è una specificità importante del pensiero junghiano. Essa ha permesso e permette di cogliere movimenti psichici profondi riguardanti lo sviluppo della psiche umana, sviluppo diretto a un sempre maggiore allargamento del farsi conscio dell’inconscio” (Kohon, 1999, p. 23).

Un recente saggio di Franco Lolli, psicoanalista lacaniano, affronta questo stesso tema. Egli fa risalire agli anni ’70 l’incremento delle situazioni borderline tale da porsi come fenomeno di rilevanza sociale, “La sua diffusione ha coinciso con quella che possiamo definire ‘l’implosione’ post sessantotto del sistema culturale e con il definitivo crollo delle ultime ‘impalcature simboliche’ che puntellavano – con la precarietà di un sistema ormai in declino – la vita del cittadino occidentale. Il paziente border si configura come il ‘prodotto’ meglio riuscito della nuova modalità di funzionamento del sociale contemporaneo” (Lolli, 2012, p. 19).
Poco oltre aggiunge: “Tuttavia per la psicoanalisi – ed in particolare per la psicoanalisi lacaniana – gli esseri umani non si distinguono fra loro sul piano comportamentale (…) ma, esclusivamente, in funzione di come hanno affrontato – o meno – la tappa evolutiva determinante di ogni esistenza: l’Edipo. L’Edipo, in altri termini, è il filtro attraverso il quale qualcosa di decisivo per la costituzione del soggetto passa o non passa” (Ib. p. 23). “L’introduzione della dimensione della proibizione – qualunque essa sia – ha delle conseguenze precise: marca un limite, segna una soglia invalicabile, stabilisce un discrimine tra ciò che si può fare e ciò che non si può fare, chiarisce l’ambito del sì e del no” (Ib., p. 24).

La lettura del fenomeno borderline e del suo rapporto con la cultura proposta da Franco Lolli poggia sul fenomeno forse più importante del Sessantotto e cioè la lotta al padre che ha determinato un’eclissi della funzione paterna negli anni successivi fino a quelli che stiamo vivendo. Uno degli slogan del Sessantotto era “Proibito proibire”, ripreso in un saggio sulla Facoltà di Sociologia di Trento di Concetto Vecchio (Vecchio, 2005).

Se è vero che i padri pre-sessantotto erano in larga parte autoritari e incapaci di dialogo, è altrettanto vero che, dopo averli abbattuti, la generazione dei figli non è riuscita a costruire un’immagine di padre autorevole e aperta all’ascolto.
“I maschi del ’68 e dintorni sembrano non riuscire a viversi nei confronti dei loro figli anche come portatori dell’autorità, incarnazione di un pensiero forte e di un modello etico e spirituale. Vivendosi come uomini senza certezze sembrano non capaci di immaginarsi come guide nella ricerca, fondamentale per ogni essere umano, del senso e del significato. Avendo avuto padri che possedevano già le risposte, non sembrano essere stati capaci di essere a loro volta padri senza risposte, ma pur sempre padri in grado di avviare i figli verso la propria, ancora sconosciuta, verità. Semplicemente hanno taciuto e sono diventati, per non perdere il contatto con i loro figli, dei mammi” (Albini Bravo, Devescovi , 2004, p.126) o anche degli “amici” dei propri figli come, evidentemente, il padre che ha supportato gli organizzatori – di 13 e 16 anni – della festa degli under 16 di Pistoia.
È evidente la necessità di una funzione paterna che metta le regole e le faccia rispettare anche se il ritorno di un padre pre-sessantotto non è né proponibile né desiderabile.

Franco Lolli sottolinea il depotenziamento “dell’imposizione da parte del simbolico di un limite alle possibilità di godimento dell’essere umano – che viene a coincidere – possiamo aggiungere (…) con il simultaneo consolidamento del dominio dell’immaginario (…). La società post-moderna è caratterizzata dalla supremazia dell’immagine e, più in generale dell’immaginario” (Lolli, 2012, pp. 34-35).
Condividiamo questa analisi sulla supremazia dell’immagine nella società contemporanea e pensiamo che questa supremazia che rappresenta un sintomo, possa essere al contempo una possibilità di cura.
Nel lavoro clinico, in particolare con il paziente borderline, le immagini create dall’analista per aiutare il paziente a rappresentare i propri contenuti, i propri comportamenti o le proprie fantasie confuse, angoscianti, talvolta debordanti, costituiscono, di fatto, un limite, un contenimento, creano una linea che le definisce. La cura dell’illimitato è una cura attraverso un limite costituito da un’immagine; l’analista non ha altri strumenti per curare la mancanza di limiti.

Talvolta è il paziente stesso che riesce a creare un’immagine, aiutato dalla situazione analitica. È il caso di Elena, una donna di 30 anni che aveva chiesto un’analisi per le gravi difficoltà che stava attraversando dopo la nascita del suo primo bambino. Le sembrava di impazzire perché qualcosa dentro di sé le intimava di non mangiare, di non nutrire il bambino, di non farlo crescere. Questo “qualcosa” le aveva già impedito di allattarlo al seno e il latte le era scomparso dopo un mese. Mostrava forti angosce di poter far male al piccolo, talvolta aveva l’impulso di gettarlo fuori dalla finestra e si tratteneva con tutte le sue forze finché l’impulso passava.
Durante l’analisi era stato messo in luce l’atteggiamento della madre che le aveva sempre impedito di godere delle proprie realizzazioni e l’aveva costretta a un ruolo di cenerentola, anche per impedirle probabilmente di superare i fratelli più grandi. Ora aveva fatto un bambino e dentro di sé si era scatenato l’inferno. A un certo punto Elena ha detto, con stupore e forte emozione, come facendo una scoperta: “Questa parte di me che vuole che io non faccia crescere il mio bambino è un’orca assassina, è una mamma-orca!” E questa immagine ha iniziato a contenere l’effetto titanicamente distruttivo di questa parte di sé dandole anche delle coordinate per definire questo che sempre più è apparso come un complesso materno negativo interiorizzato.

Elena era stata capace, con l’aiuto del lavoro analitico, di creare un’immagine e questa è stata utilizzabile perché collegata a un forte sentimento.
Il corpo sociale che abbiamo sotto gli occhi sembra avere in sé sia la malattia che la possibilità di cura, proprio attraverso la sua necessità quasi bulimica di immagini quali film, fumetti, disegni, musica ecc. ma, come ci suggerisce Lopez Pedraza, le immagini devono divenire sentimentalmente consapevoli. La cura non è solo nella ricerca delle immagini ma soprattutto nel riflettere su di esse. Rispetto a Franco Lolli pensiamo che sia necessario un padre-coscienza prima ancora di un padre-regola perché se la nostra lettura della società attuale come caratterizzata da titanismo è plausibile, allora dobbiamo tenere presente che per il titano la regola è una sfida che innesca un comportamento quasi automatico tendente ad infrangerla. Prima dell’Edipo ci pare necessario l’uso e la consapevolezza delle immagini.

Poiché un Io sia in grado di accettare delle regole deve prima di tutto esistere e la sua esistenza dipende dalla capacità di percepirsi secondo le quattro funzioni che Jung gli attribuisce: deve essere un Io-sensazione in grado di percepirsi come un corpo nel mondo, un Io-sentimento in grado di leggere le proprie e le altrui risposte sentimentali al mondo, un Io-pensiero capace di pensarsi nel mondo e un Io-intuizione capace di immaginare i cambiamenti che può fare sul mondo e che il mondo può fare su lui. Ognuna di queste quattro funzioni può essere considerata capace di dare potenza ma anche limite. Sembra, nella descrizione che Lopez Pedraza fa del vuoto titanico, particolarmente deficitaria la funzione sentimento tanto da svuotare di significato le altre tre funzioni. Quello che ci preme sottolineare è che l’efficacia di un’immagine che ci riflette e ci apre alla consapevolezza è data dal suo portato sentimentale altrimenti rimane un mero illusorio rispecchiamento. Stiamo qui parlando del sentimento, non del sentimentalismo, orrenda caricatura del sentimento stesso, di cui la nostra cultura è profondamente intrisa. Un esempio fra molti è la retorica sul bambino che nel nostro paese raggiunge punte di sentimentalismo cui non fa riscontro un’accoglienza adeguata dei bisogni del bambino e della madre. Una volta, in una chiesa svedese ci ha stupito vedere un angolo attrezzato dove i bambini potevano giocare durante le funzioni, ci sembrò un autentico “lasciate che i bambini vengano a me”. Il vero sentimento è la capacità di decodificare il proprio e l’altrui sentire e quindi base di un’autentica conoscenza e relazione.

Non a caso parecchi autori sottolineano come nella cura del paziente borderline sia importantissima la verità del sentimento del terapeuta, il che non vuol dire “buon” sentimento ma autentico sentimento. Per la nostra esperienza sappiamo quanto sia importante nel lavoro, in particolare con bambini, con gli adolescenti, con i pazienti in fase terminale e con i pazienti borderline, uno sguardo diretto e “pulito”.
Se pensiamo che il terapeuta di un paziente borderline debba essere un buon creatore d’immagini è perché solo l’immagine è in grado di definire un’istanza interna del paziente fino ad allora senza forma. Ma perché tale immagine possa essere efficace deve essere immaginata e portata al paziente carica del suo specifico sentimento cui il paziente non riusciva a dare valore. L’immagine dell’orca nella vignetta clinica riportata era stata efficace non soltanto perché permetteva di visualizzare il complesso all’opera ma attivava anche la funzione sentimento nei confronti dello stesso complesso.
Immagine e sentimento come cura del vuoto, letteratura e film come cure del nostro collettivo vuoto esistenziale titanico.

Note
(1)Borderline: 1 (Adj) Something that is borderline is very nearly unacceptable as a member of a class or group because it is doubtful whether it has the features or qualities necessary to be included in that group. 2 – (noun sing.) the borderline between two conditions, qualities etc. is the division between them, eg. This narrow borderline between laughter and tears, he is close to the borderline of consciousness.

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Camilla Albini Bravo è psicologa analista, membro ordinario dell’A.I.P.A. con funzioni didattiche. Roma
Pier Claudio Devescovi è psicologo analista, membro ordinario dell’A.I.P.A. con funzioni didattiche.

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