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Sull’orlo della cascata. Trasformazioni del mondo e della psicoanalisi

L’arte dell’analisi in tempi di cascate

Autori: Camilla Albini Bravo, Pier Claudio Devescovi

La ricchezza delle immagini è che riescono a condensare in pochi tratti pensieri, sentimenti ed emozioni che avrebbero bisogno di molte parole. Cercheremo quindi di tradurre la ricchezza dell’immagine della cascata tentando di non banalizzarla, dando per scontato che tutti sappiano cos’è. Guardiamola quindi insieme.

Un fiume ha un suo corso che si allarga e si restringe, devia e corre seguendo la terra che lo sostiene e, improvvisamente, la terra viene a mancare. Tutta l’acqua, non più sostenuta, crolla a cercare nuova terra e nuovo corso più sotto e in questo crollo, legato ad un improvviso non sostegno, perde momentaneamente la precedente forma di fiume, si dilata, diventa schiuma, vapore, nuvola, arcobaleno e si ricompone più sotto in una nuova pace e il fiume riprende a scorrere.

Noi amiamo le cascate, siamo disposti a camminare a lungo per incontrarle, lo spettacolo del disorientamento del fiume, del suo rumoroso furore e delle infinite forme che assume quando l’acqua ingloba aria e luce, ci affascina e viviamo, guardandolo, un sentimento di stupore misto a spavento, di ammirazione e di sorpresa.

Che percorso psichico può essere rappresentato con queste immagini? E quale energia può improvvisamente crearsi da un disorientamento così grande?

Nella vita di ognuno di noi la nascita può essere rappresentata come la prima cascata. Il paradigma iniziale del nostro essere nel mondo ha come prima forma la cascata: l’utero che non tiene, le acque si rovesciano fuori, entra l’aria, la luce, le voci rimbombano, là sotto due mani ci prendono, la nuova terra ci sostiene.

A livello collettivo possiamo immaginare che alcuni eventi possano essere visti come delle cascate se ne avranno alcuni elementi caratterizzanti. Prima di tutto la discontinuità cui seguiranno una momentanea perdita di forma, quasi una diffusione di identità, una mescolanza con altri elementi, un furore apportatore di grande energia, un pericolo incombente e, finalmente, una nuova ricomposizione.

Se proviamo a pensare alle cascate cui abbiamo assistito e stiamo assistendo nel nostro tempo il pensiero si aggroviglia e rischia di non saper scegliere: l’accelerazione della tecnologia digitale e dell’uso della rete, lo sviluppo delle tecnologie bio-mediche, l’ingresso sempre più massiccio dei migranti nel territorio dell’Unione Europea e molte altre possono essere considerate cascate? Crediamo di no perché mancano dell’elemento della discontinuità. In realtà l’uomo, dotato di mani pensanti ha creato la ruota e la teoria del movimento di cui le nuove tecnologie altro non sono che l’odierna conseguenza. Anche le migrazioni, seguendo pause ed accelerazioni, sembrano rappresentare l’andamento di un fiume che non ha perso l’aggancio con la terra. L’uomo da sempre si è mosso e le popolazioni si sono sempre mescolate. Questi fenomeni non sembrano avere le caratteristiche di una cascata che provoca una difficoltà nello stabilire i confini, nella distinzione fra buono e cattivo e fra me e non-me, una momentanea impossibilità a pensarsi secondo i paradigmi fino ad allora vigenti.

Un fenomeno che a noi sembra avere le caratteristiche di una cascata, e che ci sembra particolarmente importante, anche come evento simbolico collettivo, oltre che per altri aspetti, è la caduta del muro di Berlino. La notte del 31 dicembre 1989 ci trovavamo alla porta di Brandeburgo al concerto rock cui assisteva una sterminata folla di giovani (e di meno giovani come noi), ci facemmo prestare un martello per portare a casa dei pezzi di muro che poi regalammo agli amici.

La gente andava a vedere, attirata da un evento carico di significato e di emozione. Era una “cascata” quella del muro che eccitava alla partecipazione.

Si ebbe allora la sensazione della definitiva conclusione della 2° guerra mondiale con la fine della sua coda, la guerra fredda. Prima della caduta del muro vi era una distinzione fra “di qua” e “di là”, fra amici e nemici, o comunque fra alleati e avversari. La caduta del muro ha determinato la sensazione di una perdita di confini netti, ben definiti e la perdita del sistema simbolico costituito dal mito del comunismo, che costituiva un riferimento anche per larga parte delle masse operaie e per una parte degli intellettuali in occidente.

Questo fatto ha contribuito anche a mettere maggiormente in luce la mancanza di un simbolo unificatore, di un mito fondante dell’Europa unita. Ci si è resi conto che l’unità europea si è andata sempre più costruendo sul piano economico, con un’assenza di rappresentazione collettiva nella quale riconoscerci appartenenti. Viene da accostare questo processo, mancante o comunque carente in rapporto all’Europa, con quanto afferma Kenneth Wright a proposito dell’abbracciare una teoria: “In qualche modo ci sentiamo riconosciuti nella teoria, quindi ci siamo sentiti compresi e contenuti. In queste circostanze sviluppiamo una relazione speciale con la teoria perché ci sentiamo in grado di sperimentarla dall’interno, di abitarla: è ciò che io definisco una relazione con la teoria estetica o transizionale, perché le sue proprietà di arricchimento del Sé e risonanza col Sé sono più importanti in questo contesto di quelle strettamente legate all’oggetto”. (Wright, 2009, p. 56). (1)

L’Europa era divisa in Est e Ovest, c’erano paesi ad economia di impostazione capitalista e paesi ad economia di impostazione comunista. I comunisti mangiavano i bambini e toglievano le case ai ricchi e i capitalisti affamavano i lavoratori e condannavano i loro figli a morire di stenti e di ignoranza. Era facile capire, da una parte e dall’altra, chi erano i buoni e chi erano i cattivi. E anche se qualcuno intimamente dubitava, sapeva comunque bene in che squadra stava giocando. Anche se, sotterraneamente, don Camillo e Peppone si amavano mai hanno avuto dubbi circa la loro appartenenza.

La caduta del muro ha creato in Europa lo stesso sconcerto che potrebbe creare, a metà di una partita di calcio, un’improvvisa sparizione degli elementi che distinguono una squadra dall’altra. In campo i giocatori non sanno più verso quale porta tirare e sugli spalti i tifosi ammutoliscono. I risultati di questo li stiamo vedendo nella generazione dei nostri figli. La nostra generazione ha retto perché aveva ancora una bussola che, buona o cattiva che fosse, dava ancora un orientamento, ma nella cascata la bussola si è perduta e non siamo stati più sicuri che i punti fermi che ci avevano dato i nostri padri fossero quelli giusti e comunque loro, i figli, non sembrano averci dato credito sul nostro possesso di una buona bussola.

Questi cambiamenti rapidi interferiscono con l’azione regolatrice della società determinando situazioni di anomia, termine utilizzato dal sociologo Emile Durkeim, fra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, per descrivere situazioni in cui le norme sociali risultano inadeguate o inefficaci. Egli descriveva una forma di suicidio, il suicidio anomico, “Che riflette il ritmo rapido e incessante di cambiamento sociale che travaglia la società moderna sottoponendo gli individui alla necessità di adattare e spesso inventare improvvisamente nuovi comportamenti in contrasto con i passati” (Cavalli, 1970, p. 191). Che la cascata sia un improvviso “suicidio” del fiume? Spesso nella cascata il fiume perde il suo nome.

Cambiamenti improvvisi, “cascate”, non sono eventi che caratterizzano solo il nostro tempo, ovviamente, ma appare necessario mettere a fuoco, nelle cascate cui assistiamo, i loro aspetti prevalenti fra i quali, come accennato poco sopra, la sensazione di perdita dei confini e quella dei sistemi simbolici di riferimento. Un’altra caratteristica è la sensazione di perdita della capacità di contenimento, sia collettiva che spesso individuale.

L’esposizione a questa situazione sembra condizionare la forma del disagio psicologico, situazione non nuova nella storia della psicopatologia, basti ricordare le forme isteriche degli inizi della psicoanalisi da più parti collegate alla cultura vittoriana che permeava l’Europa di quel periodo. Noi oggi ci troviamo spesso di fronte a situazioni a “struttura liquida” dove i confini fra realtà, desiderio e sogno sono confusi, situazioni che sembrano richiamare, per certi aspetti, la realtà sociale contemporanea e le sue “cascate”.

Un primo pensiero che viene alla mente è che sia necessario un riavvicinamento fra la psicoanalisi e discipline quali l’antropologia culturale e la sociologia, non solo su un piano teorico ma anche con un’attenzione maggiore al rapporto fra realtà esterna e realtà interna e ai loro intrecci. Una meta-psicologia pulsionale sembra avere bisogno di una maggiore apertura e di affacciarsi alla realtà esterna.

Già Freud, del resto, nel breve scritto del 1912 Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico, compreso in Tecnica della psicoanalisi, scriveva: “Le regole tecniche che mi accingo a proporre sono state ricavate dalla mia personale pluriennale esperienza (…) devo tuttavia dire esplicitamente che questa tecnica si è rivelata l’unica adatta alla mia individualità e non pretendo di escludere che una personalità medica di tutt’altra natura possa essere spinta a preferire un atteggiamento diverso di fronte a un malato e al compito che deve affrontare” (Freud S., 1911-1912, p. 532). Affermazione di grande apertura e intelligenza poiché suggerisce ad ogni terapeuta di trovare una tecnica e un atteggiamento analitico adatti alla propria individualità e ad ogni nuova situazione clinica. Quando la situazione clinica è di indeterminatezza forse anche il medico deve trovare un modo per poter affrontare la situazione che abbia più elementi cangianti che elementi fissi.

Warren Colman in un suo recente articolo si riferisce al capitolo di Winnicott L’uso di un oggetto e l’entrare in rapporto attraverso identificazioni, contenuto in Gioco e realtà, del 1971, afferma: “Con questo scritto Winnicott si era reso conto che una teoria che resta nel regno degli oggetti interni evita di affrontare quella questione cruciale (cos’è la realtà?) e la sua risposta fu che il sentimento di ciò che è reale può fondarsi solo tramite lo scoprire la realtà di un altro. La realtà è così una realtà condivisa” (Colman W. (2013, p. 85).

Se la realtà è tale solo all’interno di una condivisione quali saranno gli strumenti analitici che permetteranno al terapeuta di condividere una realtà così informe, così difforme e così furiosa come quella del fiume nella sua cascata?

Chi lavora con bambini e adolescenti, ma anche chi lavora con giovani adulti sa che la cascata più che un evento repentino può essere uno stato durevole che permea un’intera generazione e, dolorosamente, la mantiene in uno stato di assenza di forma. La maggioranza dei pazienti di questi anni presenta una sindrome difficile da definire (tanto che si fa spesso ricorso al termine borderline) in quanto elementi di più quadri diagnostici sembrano essere mescolati e quello che accomuna tutti, più di ogni altro elemento, è un senso di vuoto, di assenza di interessi, di non regole, di non mete, insomma un problema di identità.

Nei nostri studi analitici noi spesso siamo “nella cascata”. Chi non ha sorriso riconoscendosi impotente, alla lettura del libro di Michele Serra Gli sdraiati, vedendo perfettamente descritta l’impotenza di un padre di fronte all’incomprensibile modalità del figlio di vivere?

Quando uno di questi, più o meno giovani ragazzi, arriva nella stanza dell’analisi, ci si rende ben presto conto di vivere un gran senso di impotenza perché spesso le parole sono poche o comunque molto concrete, i sogni mancano, la creatività sembra addormentata. Il terapeuta può essere tentato dall’idea di una scelta: forse sarebbe meglio un trattamento farmacologico o forse il sostegno di un compagno adulto o, addirittura, di una terapia familiare, ma sarebbe un errore.

Come in una cascata l’acqua tende a nebulizzarsi e ad espandersi così la psiche, in assenza di sostegno e di contenimento, sembra frantumarsi ed espandersi in mille pezzi. Detta in termini junghiani l’asse Io-Sé, garanzia di un’identità funzionante, si interrompe e il sogno, messaggero del Sé all’Io, si nebulizza e si sparge tutto intorno. Un terapeuta che voglia ricomporlo non può scegliere una sola di queste parti, dovrà seguire necessariamente la strada di tutti questi frammenti e rinunciare all’idea che tutto avvenga nella stanza dell’analisi. Dovrà esserci quindi una valida collaborazione fra terapeuta, psichiatra, terapeuta della famiglia e terapeuta-compagno-di-vita.

Per valida collaborazione non va inteso solo un buon rapporto ma la ricomposizione sistematica, con ritmo fisso, dei frammenti del paziente attraverso il lavoro di gruppo clinico in cui le varie voci, raccolte da tutti i personaggi, nelle mani accoglienti del gruppo, possano tornare ad essere fiume. Il gruppo deve essere in grado di capire il mondo interno del paziente attraverso il suo sogno non più sognato. Quando il teatro del sogno ha chiuso il suo sipario perché non c’era più un Io solido, spettatore attento, i personaggi del sogno, voci dei complessi interni, come gocce d’acqua sfuggenti sono usciti nel mondo ed ogni operatore ne impersonerà una parte.

Sarà quindi il gruppo clinico il vero ed unico luogo della terapia analitica nella misura in cui, consapevolmente, ricomporrà la scena interna del paziente le cui voci sparse nel mondo hanno lasciato in un vuoto di identità.

A Roma questa esperienza sta dando i suoi frutti permettendo un supporto valido al lavoro del terapeuta-analista, una profondità al ruolo importantissimo del terapeuta-compagno-adulto e una visione più elastica allo psichiatra. Questo richiede una costanza notevole, il gruppo si riunisce ogni settimana con la presenza non solo dei terapeuti del singolo caso, ma anche dei colleghi, e la capacità di essere sulla scena e di guardare la scena.

Molto preziosi sono gli interventi dei colleghi che sono estranei al caso e che fanno da pubblico. Si potrebbe dire così: la cascata è l’evento/esperienza dell’improvvisa sparizione della forma, la figura scompare, scompare anche il teatro, la rappresentazione diventa nebulosa, il gruppo degli operatori ricompone il teatro: norme, orari, ruoli, insomma setting. In questo teatro il paziente, unico vero regista della scena, fa muovere i suoi personaggi che in un primo momento vengono incarnati dagli operatori. La scena viene poi rappresentata al gruppo che, finalmente riesce a vedere una trama: le prime forme, il primo contenimento, il primo passo perché la cascata torni ad essere fiume. Già il caso di Pietro presentato nel convegno di due anni fa, si avvaleva di questo approccio.

Stiamo lavorando in questo modo da un paio d’anni e sentiamo che è una buona strada, abbiamo dato un nome al nostro gruppo: Il Ponte, un luogo/non luogo che congiunge e separa ma che comunque connette senza mescolare, senza confondere. Le voci interne del paziente, di cui ognuno di noi si fa parzialmente testimone, devono trovare una ricomposizione scenica in un dialogo che ricomponga l’unità del paziente senza evitare il conflitto ed infatti nel gruppo il conflitto a volte prende forma in uno psicodramma a distanza dove il regista è vicino ma anche sufficientemente lontano.

Note
1.Possiamo dire che il fiume si sente con-preso e con-tenuto dalla terra in cui ha scavato il suo alveo e che la cascata ha a che fare con un improvviso crollo del contenimento di un oggetto che è anche colui che dà forma al soggetto. Il soggetto fiume ha bisogno del contenimento dell’oggetto terra per mantenere una forma. In tal caso la cascata è la metafora del crollo repentino di un oggetto formativo del Sé come può essere un ideale, una fede religiosa, un’ideologia politica, un amore, oggetti impalpabili che ci danno forma.

Riferimenti bibliografici

Cavalli L. (1970) Il mutamento sociale. Sette ricerche sulla civiltà occidentale, Il Mulino, Bologna.
Colman W. (2013) Riportando tutto a casa: come sono diventato analista relazionale, Studi Junghiani, n. 37-38, gennaio dicembre 2013, pp. 81-104.
Freud S, (1911-1912) Tecnica della psicoanalisi, Opere, vol. 6°, Boringhieri, Torino, 1976.
Wright K. (2009) La teoria del Sé, in Breccia M. et all. Metapsicologia. Quali confini, Atti del convegno di Pisa del 17 ottobre 2009, Plus, Pisa University Press.

Camilla Albini Bravo è psicologa analista, membro dell’A.I.P.A. e dell’I.I.A.P con funzioni di training. Vive e lavora a Roma e a Pistoia.
Pier Claudio Devescovi è psicologo analista, membro dell’A.I.P.A. e dell’I.I.A.P. con funzioni di training. Vive e lavora a Pistoia.

Appunti: Sull’orlo della cascata. Trasformazioni del mondo e della Psicoanalisi

.La cascata è un’accelerazione improvvisa del fiume rispetto al suo andamento naturale. È un salto improvviso, un’interruzione di continuità che può essere vissuta negativamente (se si è nel mezzo, portati via dalla corrente) o anche positivamente (se si riesce a governarla) perché è anche fonte di energia

.Qual è la cascata che ci ha coinvolto e i cui effetti si risentono anche collettivamente? Credo che una cascata importante sia stata la caduta del muro di Berlino. Fino ad allora la seconda guerra mondiale non sembrava ancora terminata del tutto, sembrava piuttosto una tregua, c’era la guerra fredda. Con la caduta del muro abbiamo avuto l’impressione che fosse veramente finita aprendo nuovi problemi

.Prima della caduta del muro c’era una distinzione abbastanza netta fra “amici” e “nemici”, di qua e di là del muro, poi le cose si sono mescolate e confuse, non si distinguono bene gli amici e i nemici sono fra noi. Ora sembra di essere nel pieno della cascata e c’è chi urla “I nemici sono tra noi!”. Il tema amici-nemici c’è anche in una partita di calcio e le manifestazioni possono divenire violente.

.È aumentata l’insicurezza, legata anche alla scarsa distinzione (o mancanza di confini (e sul piano clinico si osserva un aumento dei quadri borderline). L’insicurezza è legata anche a una mancanza di immagini che possano rappresentare questo processo di cascata e aiutarci a comprenderlo fornendoci una funzione di orientamento. I casi “borderline” sono il primo effetto della cascata. Nel “borderline” il trauma è un effetto cascata che travolge ma anche attira perché è attraverso la cascata che trova energia, c’è il terrore ma anche l’eccitazione della ripetizione del trauma infinite volte. Vi è in questi casi l’incapacità di reggere la mescolanza fra buoni e cattivi, il borderline ha dei confini come un litorale (come affermavano Di Ciaccia e Correale). Bergeret definisce il borderline come una struttura liquida dove i confini fra realtà, desiderio e sogno sono confusi. Secondo Bergeret il borderline non ha raggiunto una struttura ed è continuamente in bilico e il fantasma è quello di una caduta infinita.

.Possiamo pensare che vi siano tre fantasmi costellati alla nascita: 1 – parto naturale al tempo giusto: il bambino spinge e l’utero lo accompagna, 2 – perdita delle acque, sensazione di cadere con la sensazione dell’utero che non ti accompagna, 3 – parto cesareo: sensazione di essere strappato via.

D. sembra non saper gestire la cascata e si trova passivo nelle situazioni, sembra non aver attivato la funzione di uscire (vedi il Rorschach al sub test Pinacoteca). La madre annichilita durante la gravidanza, fantasma di D.: è stato tirato fuori da un utero che poi è stato ucciso? (fantasma defantasmato).

Relazione per il convegno, Lucca.
Pier Claudio Devescovi

Nel 1912 nel breve scritto Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico, compreso in Tecnica della psicoanalisi, Freud scriveva: “Le regole tecniche che mi accingo a proporre sono state ricavate dalla mia personale pluriennale esperienza (…) devo tuttavia dire esplicitamente che questa tecnica si è rivelata l’unica adatta alla mia individualità e non pretendo di escludere che una personalità medica di tutt’altra natura possa essere spinta a preferire un atteggiamento diverso di fronte al malato e al compito che deve affrontare” (Freud S., 1911-1912, p. 532).

L’affermazione di Freud è di grande apertura poiché suggerisce ad ogni terapeuta di trovare una tecnica e un atteggiamento adatti alla propria individualità.

Gli aspetti tecnici che Freud descrive nel saggio e che ritiene adatti alla sua individualità sono relativi all’uso dell’attenzione fluttuante, al non prendere appunti durante la seduta, al non essere così fedeli nel riportare i dati della seduta, atteggiamento che prenderebbe il posto della partecipazione reale all’analisi. Freud suggerisce inoltre di prendere a modello la freddezza emotiva del chirurgo e di guardarsi dall’ambizione terapeutica.

Appare molto importante il suggerimento all’analista di “rivolgere il proprio inconscio come organo ricevente verso l’inconscio del malato che trasmette; deve disporsi rispetto all’analizzato come il ricevitore del telefono rispetto al microfono trasmittente” (Ib., p. 536). Freud suggerisce infine di astenersi dal porre compiti precisi all’analizzato, come ad esempio di raccogliere ricordi o di riflettere volontariamente su un periodo particolare della sua vita.

La maggior parte di questi consigli sono stati utilizzati nel passato come scibboleth dell’ortodossia psicoanalitica, non solo in ambito freudiano, dimenticando, per così dire, la premessa di Freud che li considerava aspetti tecnici che si adattavano alla sua personalità. Credo che questo atteggiamento sia oggi in larga parte superato e che questo possa permetterci di cogliere a pieno la ricchezza e la libertà di questa affermazione di Freud e di poter affrontare, mantenendo la fedeltà all’analisi come confronto con l’inconscio, i cambiamenti della realtà attorno a noi, che talvolta sembrano assumere il ritmo e la potenza di una cascata.

Fra questi la ricerca e i risultati delle neuroscienze, la varietà delle nuove patologie, spesso legate a cambiamenti del tessuto e dei rapporti sociali che costituiscono vere e proprie modificazioni antropologiche, l’attenzione più raffinata ai rapporti fra genitori e figli fin dalla nascita, i fenomeni collettivi di grande portata come le migrazioni di migliaia di persone, per non parlare che di alcune delle modificazioni del mondo che ci circonda.

Desidero introdurre una vignetta clinica dove la situazione del paziente, un uomo di 44 anni, ha richiesto una consistente modificazione dell’atteggiamento analitico e del setting, modificazione che ha trovato successivamente una concordanza con un aspetto messo in luce dalla ricerca nell’ambito delle neuroscienze.

Antonio chiede un’analisi perché soffre di insonnia, riesce a dormire solo 2-3 ore per notte. Il disturbo del sonno è insorto dopo un severo rimprovero di un superiore che gli ha anche tolto la responsabilità del settore lavorativo che seguiva. Antonio ritiene ingiusto il rimprovero e il suo sollevamento dall’incarico, le sedute sono occupate dal racconto di questo fatto che ha suscitato in lui molto rancore e amarezza e che riuscirà a rielaborare solo dopo parecchio tempo.

Racconta inoltre che poco tempo prima doveva sposarsi ma all’ultimo momento la fidanzata ha rinunciato al progetto matrimoniale con lui e questo lo ha abbattuto molto. Afferma: “Ormai non credo che riuscirò a trovare una donna per costruire una famiglia”.

La sua nascita è stata difficile, si sono manifestati problemi a una gamba che hanno richiesto molti interventi di fisioterapia che ricorda dolorosi.

Dopo alcuni mesi di analisi il ritmo del sonno si regolarizza ed appare più sereno, ma poco dopo iniziano a comparire noduli dolorosi sulla schiena che, ad un esame istologico, vengono diagnosticati come un tumore benigno espansivo, viene operato ma i noduli si ripresentano. A volte si chiede: “Come farò ad affrontare la vita?!”. Ad un successivo esame si manifestano alcuni polipi intestinali per i quali viene operato. Questo insieme di manifestazioni fanno pensare a una malattia rara e viene sottoposto a molti accertamenti.

Durante le sedute racconta le vicissitudini della sua salute, afferma comunque di non essere depresso: “Ho sempre avuto energie e sono contento di essere qui da lei, mi aiuta molto, sono stato fortunato ad aver iniziato l’analisi con lei”. Cerca di non mancare mai alle sedute e io, nei limiti del possibile, adatto l’orario in base alle visite che deve fare in altre città. Il mio atteggiamento è di ascolto silenzioso, in effetti non mi lascia molto spazio e, d’altra parte, io non so cosa dire se non: “beh speriamo che il risultato di questo esame sia buono” e cose del genere. Spesso esco dalla seduta molto stanco, lui esce contento, sorride e mi ringrazia. All’inizio della seduta mi chiede come sto e gli rispondo “bene, bene, grazie” e mi sembra rassicurato della mia capacità di tenuta e forse anche per la verifica di non avermi danneggiato.

Afferma che “Sul lavoro si scherza, si ride, che si deve fare? Bisogna affrontare con decoro quello che succede, dormo poco, 4 ore circa, ma non mi sento spossato, i dolori li sopporto”.

Il primo sogno che porta in seduta, dopo poco più di un anno, mi suggerisce un’interpretazione relativa al suo uso quasi esclusivo del pensiero e della volontà, con atteggiamenti a volte quasi sopra le righe, a scapito di una vita emotiva che il sogno indica come trascurata. Pur cercando di essere cauto nel comunicargli questa interpretazione, tenendo presente che il suo assetto difensivo razionale gli permette di affrontare questa difficile situazione, Antonio reagisce con una certa irritazione alle mia parole, dice di non capire, che debbo spiegarmi meglio altrimenti che ci viene a fare da me? Che non è vero quello che gli dico. Si altera, diventa rosso tanto che gli dico che può darsi che le cose non stiano come gli ho detto, lasciamole lì per il momento e vediamo se emergono altri dati. Si calma e nella seduta successiva riprende l’atteggiamento abituale. Anch’io riprendo il mio atteggiamento solito fatto di accoglienza, ascolto, partecipazione alle sue vicissitudini sanitarie e prevalente silenzio. Nella mia mente si formano anche ipotesi che questo scatenarsi di problemi sul corpo possa avere anche radici psichiche ma sono quasi impaurito da questi miei pensieri e sicuramento penso di non poterglielo dire, almeno per il momento.

La lettura di un articolo di Emanuela Mundo (2009) ha contribuito alla comprensione dell’atteggiamento di Antonio e del mio. L’A. parla della necessità di una certa attenzione nei confronti del paziente traumatizzato perché “I soggetti traumatizzati, indipendentemente dalla sintomatologia che presentano, sono particolarmente suscettibili allo sviluppo del fenomeno del kindling (accensione) che si verifica tipicamente a livello dell’area limbica del cervello. Si tratta di una specie di fenomeno di sensibilizzazione per il quale si verificano modificazioni delle risposte neuronali tali per cui i neuroni sensibilizzati rispondono ad uno stimolo sottosoglia, ovvero a uno stimolo che in un sistema non sensibilizzato non sarebbe di intensità sufficiente a evocare un potenziale di azione. La reazione a stimoli sottosoglia o a stimoli interni piuttosto che a stimoli esterni, si manifesta frequentemente in questi pazienti dando luogo a flash back, incubi, reazioni emotive di allarme” (Ib. p. 66).

L’Autrice si sofferma poi nel sottolineare la necessità di modulare gli interventi e i parametri del setting evitando situazioni di stimolazioni emotiva che, in un sistema sensibilizzato dal trauma, potrebbero sviluppare stati di attivazione emotiva del tipo psychological kindling, cosa che credo sia avvenuta in Antonio di fronte alla mia interpretazione, sia pure cauta, che metteva a rischio il suo assetto difensivo, forse anche perché prematura nonostante fosse basata su una sua rappresentazione interna.
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Freud S. (1011-1912) Tecnica della psicoanalisi, Opere, vol. 6°, Boringhieri, Torino, 1976.
Mundo E. (2009) Il contributo delle neuroscienze a una diagnostica più consapevole, in Dazzi N., Lingiardi V., Gazzillo F. (a cura di) La diagnosi in psicologia clinica, personalità e psicopatologia, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009

By | 2017-01-20T12:27:26+00:00 dicembre 1st, 2016|