Lettura Gestalt Analitica del fenomeno della violenza contro le donne: Convegno “Non sei sola..reagisci”

Università degli Studi di Foggia, Dipartimento di Giurisprudenza.

Autrice: Dott.ssa Antonella Russo

Sono specializzata in due ambiti: per formazione universitaria sono specializzata in Psicologia del lavoro e delle Organizzazioni presso l’Università degli Studi “la Sapienza”, mi sono occupata di selezione, di gestione organizzativa e mi occupo tutt’oggi di formazione; come formazione post-universitaria sono Psicoterapeuta Gestalt Analitica, il cui lavoro in terapia è centrato sui vissuti personali, sulle emozioni, sulla presa di responsabilità e di consapevolezza riguardo i propri agiti, rivissuti nel qui ed ora, e sono al terzo anno del mio percorso. Nello specifico in questo convegno vi porto la mia esperienza clinica che sto avendo in qualità di Psicoterapeuta in traning presso il Consultorio giovani di Genzano, facente parte dell’Asl Roma H.
L’interesse nel partecipare a questo convegno nasce congiuntamente al mio interesse nel creare un ponte e un dialogo attivo tra la cittadinanza di Foggia e la mia professione.

TEMA
Mi è stato chiesto di fare un intervento per spiegare come noi Psicologi ci rapportiamo al problema della violenza sulle donne e come lavoriamo. Alla prima domanda potrò rispondere riportando il mio contributo personale, poiché quella che posso esprimere è una lettura clinica soggettiva dei casi che ho trattato. Alla seconda domanda potrò rispondere riportando anche altri contributi, poiché è vasto il panorama d’intervento su questa tematica.

Le donne che richiedono un sostegno psicologico e che hanno subito violenza provengono da 3 scenari principali:
violenza domestica: che può essere di tipo psicologico, di tipo fisico o entrambi, reiterata nel corso degli anni o episodica;
violenza culturale: stereotipi e pregiudizi appartenenti al nostro assetto culturale e che fanno parte dell’idea comune dell’essere donna (fragile, vittima, impotente, passiva) o dell’essere una donna moderna(forte, arrivista, potente, attiva) e che vengono portati avanti e agiti inconsciamente anche dalle donne stesse.
• violenza episodica: abusi e violenze sessuali in strada e sul lavoro.

Non potendo affrontare tutti gli scenari d’indagine, vi riporto quello che mi sembra essere più di attualità e con il quale mi sono trovata a lavorare, fortunatamente per le persone coinvolte, solo negli esordi del problema, quando ancora la situazione poteva essere recuperata.
Quello che sicuramente fa più scalpore oggi sono quegli episodi riportati dalla cronaca in cui si descrive “un ambiente familiare sereno, senza problemi, di persone normali e felici” e in cui marito, compagno, fidanzato provoca una strage.

Ma molti di voi si saranno chiesti cosa succede in queste famiglie?

Ciò che soggiace a livello psicologico è costellato da molti fattori. Farò per cui un breve excursus sul significato psicologico che comporta il rito del matrimonio oggi giorno e su come questo incida sull’andamento dell’unione tra due persone. Inoltre mi baserò sui casi clinici da me conosciuti. La mia ipotesi è la seguente:

il rito del matrimonio a livello psicologico è un rito d’integrazione in cui avviene l’unione di due persone, che si disgiungono dalla loro famiglia d’origine e ristrutturano la loro immagine di coppia, differenziandosi dai loro modelli e creandone uno proprio. Se ciò non accade le generazioni si fondono, i loro genitori restano eterni genitori e mai nonni, i figli restano gli eterni figli e mai genitori e le nuove generazioni divengono un prodotto sterile e che non si sa ricondurre a nessuna categoria precisa. Il matrimonio da cerimonia di fertilità diventa cerimonia di infertilità.
L’incontro nella coppia di coniugi diviene possibile se viene risolto il distacco psicologico dall’antico mondo psichico popolato dai genitori primordiali.

Così è il significato dei riti di iniziazione al passaggio dalla pubertà al mondo adulto. Essi corrispondono in qualche modo anche al rito di iniziazione alla vita sessuale non più istintuale ma con un significato cosciente; solo allora il ragazzo è uomo, non più legato alla madre, potrà vivere la sua vita indipendente in un contesto adulto: sceglierà la sua donna, formerà la sua famiglia. La sua è una lotta contro l’estraniazione trasmessagli dai genitori primordiale. Tale estraniazione dà origine all’angoscia, angoscia esistenziale che fa parte della condizione umana, ma se non elaborata può riversarsi sul rapporto di coppia. Stessa condizione vive la ragazza che diviene donna, non più legata al padre, potrà vivere la sua vita indipendente in un contesto adulto: sceglierà il suo partner, formerà la sua famiglia.

Oggi giorno questo significato simbolico e psicologico del rito del matrimonio è venuto man mano a mancare. La svalutazione del rito dei genitori (ad es. per lo più anticamente non ci si sposava per amore), ha fatto si che il matrimonio entrasse a far parte nel mondo dell’ideale, inteso come la perfetta e altrettanto irraggiungibile intesa tra due partner. Ciò ha avuto pensati conseguenze a livello psicologico: intanto l’impossibilità del distacco dalla figura genitoriale di riferimento, la grande madre e il potente padre, Junghianamente parlando, a cui nessun ipotetico partener potrà mai corrispondere; la creazione di una maschera di perfezione, con la quale si tenta di celare al mondo esterno il disagio della coppia; e infine la confusione dei generi causata dagli stereotipi culturali, in cui un maschile non riesce a identificarsi con la propria fragilità di genere, poiché gli è stato insegnato che l’uomo non può permetterselo, e trattiene, e in cui il femminile non riesce ad identificarsi con la propria forza di genere, poiché gli è stato insegnato che la donna non può è impotente o se può è mascolina, e la trattiene, portando entrambi i partners a detenere una rabbia passiva e sottesa, ma esplosiva.
Queste famiglie per cui si mostrano al mondo con la maschera della perfezione e la mantengono fin tanto possono. Nessuno sa come sia possibile che sia successo, ricordiamocelo (come scrive la cronaca).
Sappiamo bene come le donne non denuncino subito gli episodi di violenza domestica, ma si tengano per anni questo fardello, e come questi episodi si trasformino in stragi familiari.

Ma come mai?

La donna.
Ciò che mi capita di riscontrare nel mio lavoro con le donne è che vi è un’ambivalenza di fondo tra impotenza e potenza: il senso d’impotenza di fronte a un matrimonio o ad una convivenza sterile, di fronte alla disfacimento di un ideale, e di fronte al dolore che questa condizione porta con sé e che si trasforma in aggressività passiva e sottesa, che causa il senso di colpa, come si riscontra in molti casi di mancata denuncia; il senso di potenza nel pensare di poter cambiare il proprio partner, nel portare dentro e fuori casa una maschera di tranquillità e nel poter andare avanti concentrandosi sulle pareti esteriori del proprio essere (edonismo, cura eccessiva di sé, stacanovismo a lavoro, ipercontrollo dei figli e della vita domestica ecc.), e la conseguente frustrazione nel non riuscire a trarne mai una soddisfazione, che le riporta al senso d’impotenza come un cane che si morde da solo la coda.
In alcuni casi più estremi si può parlare di disturbo masochistico di personalità: si tratta di un aspetto di sé che le donne sembrano accettare senza difficoltà, senza metterlo in discussione, spesso senza volerlo riconoscere, tanto da far pensare ad un atteggiamento così egosintonico da non essere riconosciuto come patologico. Questo perché è culturalmente nutrito e sostenuto “la moglie che sopporta è una brava moglie”. Lo sviluppo di difese di tipo masochistico sarebbe poi determinato dalla repressione di impulsi vitali fra cui, fondamentale, l’aggressività, tanto più generatrice di sensi di colpa in quanto rivolta verso uno o verso entrambi gli oggetti d’amore parentali, col bisogno quindi di salvarli ritorcendo l’aggressività su se stessi. La frustrazione masochista viene supportata da compensazioni di tipo narcisistico: auto ed etero premi di sopportazione e adulazione per la sopportazione protratta (ad es. essere una vittima buona e incolpevole, una persona mite, un’altruista, o disinteressata). Il termine masochismo non è quindi qui inteso come l’amore per la sofferenza, ma è piuttosto collegato all’idea e alla speranza che tollerare dolore e sofferenza dia in qualche modo diritto ad un bene maggiore. Quindi definire masochistico il comportamento di una donna maltrattata che rimane nonostante tutto a convivere con un uomo violento, non vuol dire che la vittima provi piacere in tali situazioni.

La più o meno completa scotomizzazione dell’aggressività riguarda invece la figura del partner della donna; il timore dell’abbandono emozionale, di fronte alla ripulsa, alla critica, alla punitività autoritaria o alla debolezza deludente (reali o fantasmatiche) del partner, fa sì che la donna cerchi in tutti i modi di preservare un’immagine benigna al partner, ai fini dell’auto-conservazione o meglio della conservazione del rapporto sentito come vitale (quante volte sentiamo dire “nonostante tutto è una brava persona”); il che è reso possibile dalla mancata presa di coscienza dell’ostilità e del sadismo del partner, e della propria conseguente ostilitàAll’origine di questo meccanismo difensivo di negazione c’è probabilmente il timore che l’immissione di contenuti aggressivi nel rapporto possa portare alla distruzione del rapporto stesso, che il masochista sente di dover invece salvare a qualunque costo, per non perdere se stesso con la separazione dall’altro, come succedeva alla donna quando era bambina, la quale provava rabbia e non poteva pensare di distruggere il proprio rapporto con il padre o di perdere o distruggere il padre stesso a causa della sua rabbiaLa rabbia femminile, quanto più è violenta tanto più ha la connotazione dell’impotenza. Tutto ciò serve a dimostrare l’inadeguatezza, la cattiveria, l’insensibilità dell’altro, che viene inchiodato nel ruolo di sadico. A volte l’altro è sadico veramente, come nei casi di cronaca nera. Masochismo e narcisismo dunque, variamente intersecantisi, bloccano la persona che ne è vittima in una situazione frustrante, in cui la mancanza di spazio vitale, la difficoltà di sviluppare le proprie potenzialità creative, la collera inespressa sono insieme causa ed effetto, in una sorta di circolo vizioso dal quale è molto difficile uscire; anche perché a questo complesso di forze interagenti fra loro si aggiunge l’accettazione e il rafforzamento dato dall’aspettativa sociale, che considera questo insieme di atteggiamenti, perfettamente adeguati alla « natura femminile ».

Nell’uomo vi è un movimento diverso a livello psicologico: non essendo riuscito a staccarsi dalla propria relazione materna, associa l’immagine della propria donna con l’imago materna in sé, “come se fosse sua madre”. La sua donna per cui non sarà mai abbastanzaPerò non può nemmeno lasciarla, chi lascerebbe la propria madre??!! Come è stato un figlio simbiotico, diventerà un partner dipendente e vedrà nelle relazioni sentimentali un qualcosa a cui aggrapparsi ad ogni costoLa sua fragilità è rinnegata e allora come un figlio devoto resta in casa, cova rabbia e aggressività, che va a scontarsi con la rabbia agita passivamente dalla propria partener, e la frustrazione sale fino a che a volte scoppia in atti di violenza, come il bambino che da gli schiaffi alla madre perché non ha avuto ciò che voleva. Come una buona madre però la sua donna lo perdona e lui gli promette, che non lo farà più, andando ad alimentare con entrambi i comportamenti prima il senso d’impotenza e poi il senso di potenza della sua partner.

Nel caso dell’uomo si può parlare in casi più estremi di disturbo narcisistico di personalità, che si esprime in questi casi con atti di sadismo sia verbale che fisico, che culminano in un escalation. Il narcisista con tratti sadici trae gratificazione dalla svalutazione degli altri. Non ama nessuno e ha un’immagine negativa di se stesso, che proietta su chi gli sta intorno, cercando di “distruggere nelle altre persone ciò che lui non è in grado di raggiungere: felicità, desiderio, piacere”; è colui il quale viene sopraffatto dai suoi stessi meccanismi e causa involontariamente della sofferenza a chi gli sta vicino. Il narcisista spesso si cela dietro una maschera di simpatia e socievolezza e la famiglia e gli amici della vittima non sempre riescono a individuarlo. La maschera – in tutte le tradizioni simboliche conosciute – ha la fondamentale funzione di fornire una identità a chi se ne serve. È una persona nel senso proprio del termine e, non a caso, persona in latino significa maschera. É il motivo per cui si dice di un uomo che è dotato di “personalità”. É una persona che ostenta una “personalità” solitamente più incisiva di quella dell’uomo che la indossa. Per questo motivo è così evidente la scotomizzazione tra la maschera e il vissuto di violenza che c’è dietroIl sadico dirige la sua aggressività verso l’oggetto esterno, in questo caso la donna, realizzandola così sotto forma di distruzione altrui e attenuandola poi, come forma di possesso e di potenza sull’altro.

Ma quando l’aggressività giunge all’apice e sfocia in assassini efferati?

Generalmente avviene nel momento in cui uno dei due partecipanti a questo gioco decide di uscire dalla scena, poiché magari si è reso conto che qualcosa non va o che questo modo di essere coppia non gli va bene, oppure perché la maschera portata non contiene più e viene infranta dalla rabbia sottostante .
In genere negli eventi di cronaca riportati più di frequente sono le donne ad interrompere questo circolo vizioso.
Il problema nasce nel momento in cui l’uomo c’è ancora dentro in maniera patologica: come fa a staccarsi dalla sua imago materna proiettata sulla moglie? Come può non avere più potere su di lei? Il primo istinto è quello di riprendersela poiché non può accettare la propria sofferenza che viene vissuta come fragilità e rinnegata, da qui nascono agiti di stalking, violenze fisiche e sessuali domestiche e violenze psicologiche (ad es. minacce, uso dei figli come ricatto, abusi verbali).

Come agiamo nel nostro lavoro

Esistono vari servizi pubblici e privati che si occupano di sostenere le donne vittime di violenza; forse è meno noto che esistono anche centri in cui si fa sostegno agli uomini cosiddetti “maltrattanti”.
Esistono servizi di prevenzione primaria miranti a evitare questo tipo di episodi attraverso la divulgazione di informazioni, gruppi e sportelli di ascolto.
Nella mia esperienza professionale, ad esempio, mi reco nelle scuole medie e superiori per il progetto EAS, del consultorio giovani di Genzano, e svolgo un intervento sull’affettività, che riguarda la gestione delle proprie emozioni e relazioni ed è rivolto agli adolescenti. Nelle stesse scuole viene aperto uno sportello di ascolto, in cui i ragazzi si recano su base volontaria. È infatti in questa fascia di età che va a costruirsi la personalità dei ragazzi ed è molto importante farli riflettere su come gestiscono i loro rapporti presenti e futuri. Può capitare che ci siano ragazzi che ci parlano di episodi di violenza domestica ed è importante per noi intervenire attraverso la rete sociale che abbiamo intorno.
Sempre nella mia esperienza, seguo le pazienti dei consultorio tra i 15 e i 25 anni, che chiedono un percorso psicologico e si recano su base volontaria. Il percorso è totalmente gratuito. Nella maggior parte dei casi sono vittime di violenza, sia psicologica che fisica.

Oltre a questo, molto importanti sono quei progetti di prevenzione che si occupano di informare quella fascia di età in cui sono più frequenti gli episodi di violenza sulle donne, recandosi nei posti di lavoro, nelle parrocchie, negli ospedali e nei consultori. A loro disposizione ci sono equipe, anche multidisciplinari, che si occupano della persona a 360° attraverso consulenze legali, mediche e psicologiche. Questi gruppi, facenti parte di associazioni, cooperative ed onlus, sono molti importanti per creare un confronto tra le donne e per far emergere i loro vissuti di violenza.
Nel settore privato, vi sono centri clinici specializzati nel sostegno delle donne vittime di violenza, attraverso percorsi terapeutici miranti ad elaborare tali vissuti e a prendere una maggiore consapevolezza di sé e dei propri bisogni.
Per quanto riguarda gli uominiesistono dei centri di ascolto per uomini maltrattanti, in cui vengono inviati o si recano su base volontaria gli uomini che agiscono violenza su terzi. Il lavoro sugli uomini riguarda gruppi e colloqui individuali, volti ad approfondire i loro vissuti personali, ad acquisire una maggiore consapevolezza riguardo se stessi, la gestione della rabbia e le emozioni proprie e dell’altro a riguardo.

Sicuramente sul fronte maschile si potrebbe fare di più; oltre al sostegno alle donne, è evidente come sia necessario lavorare nella prevenzione anche sugli uomini e coinvolgerli in maggiori attività di ascolto e sostegno. È molto noto a noi psicologi il fatto che 9 pazienti su 10 siano di sesso femminile e come sia difficile per gli uomini chiedere un ascolto o un sostegno psicologico. Non è che le donne ne hanno più bisogno, ma le donne per disposizione culturale possono permettersi di chiedere aiuto o ascolto. Secondo il mio punto di vista e in base alla mia esperienza è molto importante, proprio per prevenire la violenza sulle donne, cercare di modificare questa credenza e mostrare agli uomini come parlandone e non trattenendo, si possa pian piano uscire dalla spirale della rabbia o in generale dalle difficoltà che li possono affliggere, e far cadere la maschera del “come se fossi uomo”.

Conclusioni:
Sarebbe sterile e pericoloso proiettare ogni problema e ogni responsabilità all’esterno, se non si riuscisse a prendere coscienza dei meccanismi interiori, che potrebbero indurre a ripetere i vecchi comportamenti patologici. La strada della donna non può essere che quella della ricerca di una propria identità integra e completa, del recupero delle proprie capacità creative e della propria possibilità di stabilire, con l’uomo e con la società, rapporti non sterili, ne subordinati ne reciprocamente distruttivi, ma fondati invece sull’eguaglianza e sulla libertà. La società esige dalla bisessualità psicologica di entrambi i sessi che uno di essi raggiunga una preponderanza assoluta di femminilità e l’altro di mascolinità: l’uomo e la donna sono fatti nella cultura. Queste polarità devono svilupparsi in entrambi i partner per far si che siano persone complete e vivano l’unione di coppia in maniera stabile.

Relazione a cura della Dott.ssa Antonella Russo, Psicologa e Psicoterapeuta in training.

Bibliografia:
C.G. Jung, varie Opere
Il matrimonio come Mito, Giovanna Tonini. Rivista di Psicologia Analitica
L’uomo senza maschera: tra identità e omologazione, di Claudio Bonvecchio, rivista on- line Metàbasis
Sul preconcetto di inferiorità della donna: Alcune riflessioni sul femminile dal punto di vista della Psicanalisi e della Psicologia Analitica, Bianca Garufi, Rivista di Psicologia Analitica
Riflessioni su narcisismo e masochismo nell’identità femminile, Fulvio Selingheri Pes, Rivista di Psicologia Analitica
Violenza dell’Eros Aldo Carotenuto, Rivista di Psicologia Analitica
Violenza di genere, violenza simbolica e psicoanalisi, Cristina Barducci, articolo
Il “Cerchio degli uomini”, articolo dell’omonimo gruppo on-line
La manipolazione narcisista, Jessica Xavier ,articolo on-line
Le Parafilie – Sadismo sessuale, C. Simonelli, F. Petruccelli, V. Vizzari “Le perversioni sessuali” Franco Angeli, 2000.
La madre castrante e la difficoltà di amare, rivista on-line «Somatica-mente & Felice-mente coppia».

By | 2018-12-05T13:52:51+00:00 dicembre 12th, 2016|